Giovane Europa

Considerazioni inattuali su una rivolta incredibile

InUncategorized su 21 gennaio 2012 a 01:00

La Sicilia, quand’è in fermento, si ferma. A quanto pare. E ferma è, da cinque giorni, nella morsa di una ribellione che ha bloccato strade e rifornimenti di ogni sorta. Questa è la storia di una rivolta incredibile.

Incredibile, perché fosse partita da giovani, donne, gruppi politici, economici e sociali che non fossero collusi con questo sistema, sarebbe stata credibile. Ma non mi pare che sia così.

Per quel che ho avuto l’opportunità di capire, si tratta di una rivolta di mezz’età, nata dalle stesse persone che hanno costituito ed eletto le classi dirigenti come minimo degli ultimi venti-trent’anni. Le stesse persone che hanno barattato il diritto per il favore, l’interesse pubblico con l’interesse privato, la trasparenza con il sommerso, il merito con il clientelismo. Questi sono i capi del movimento, bene che vada.

Poi, in una regione arretrata – economicamente, culturalmente, politicamente – come la Sicilia, non mi sembra barocco che ad una guida di questo genere si siano associati anche poveri ignoranti, poveri giovani senza futuro, poveri senza una lira, poveri sognatori, poveri d’ogni specie. Gente che il cambiamento non sa cos’è, non sa qual è, ma vuole che sia, ed appassionatamente lo vuole. Una massa informe e senza coscienza, se non quella della propria miseria. Carne da macello nelle mani di chi questa rivolta la sta pilotando.

Gente che se questa protesta dovesse avere un esito “di successo”, mi sento di affermare senza particolare timore di essere smentito, si aggrapperà ai più influenti di questi conservatori, che kafkianamente (o più precisamente, in malafede) si sono risvegliati rivoluzionari, per chiedergli “il favore” (corsie preferenziali, lavoro, benefici di ogni genere).

Dietro a queste proteste non c’è un cambiamento di paradigma culturale, non c’è un risveglio. Non si chiede legalità, non si chiede merito, non si chiede giustizia, non si chiede trasparenza, non si chiede mobilità sociale, non si chiedono strade o ferrovie: si chiedono prezzi più bassi (o più soldi, il che è la stessa cosa). Non si propone cosa fare, a parte il vagheggiamento di una palingenesi borbonica. È come occupywallstreet, ma esattamente al contrario: tale e quale nella mancanza di un progetto che vada oltre il malcontento per lo status quo; diametralmente opposta perché da un lato ci sono ragazzi che con gli strumenti del ventunesimo secolo sognano un mondo nuovo, dall’altro ci sono persone di mezza età che rispolverano dei forconi per tornare alle idee più o meno secessioniste del nostro secondo dopoguerra (per non citare che le più recenti). Vilipendere il tricolore per sventolare la Trinacria. Non per sventolare l’Europa, non per parlare di integrazione nel Mediterraneo. Questo è un salto indietro di centocinquant’anni, non è una rivoluzione.

Non si parla di scuole, non si parla di incentivi all’impresa, di sfoltimento della burocrazia, di accorciamento delle filiere produttive che stroncano gli agricoltori, non si parla di sanità (nella regione in cui si può morire di chemio), non si parla di solidarietà, non si parla di qualità dei servizi. Non si parla di una delle più gravi carenze strutturali della Sicilia, ovvero della totale insufficienza delle sue infrastrutture ferroviare; naturalmente, visto che la protesta nasce dagli amici del trasporto su gomma. Mentre il mondo punta su nucleare e rinnovabile, noi ci arrocchiamo non sulla benzina, ma sul prezzo della benzina. Un problema grave, sicuramente. Gravissimo. Ma che non cambia la Sicilia e non cambia i Siciliani, come non li cambierebbe una diminuzione dei prezzi (attraverso una fantomatica defiscalizzazione). Meno mafia, meno pizzo, meno corruzione, meno evasione sarebbero una rivoluzione; meno euro per la benzina è una boccata d’ossigeno, non è l’aria aperta.

Il cuneo fiscale, in questo Paese, è un problema serissimo. Senza dubbio, ma non ho mai visto i Siciliani votare per una forza politica, non dico libertaria, anche solo semplicemente liberale. Hanno perpetrato il mito della spesa pubblica così a lungo che anche adesso, che è sottodimensionata rispetto alle reali esigenze, l’Italia intera non può fare a meno di etichettarli come spreconi. Dopo aver sostenuto per tutta la vita della Repubblica – con le uniche eccezioni delle elezioni del 1996 e del 2006 – le forze politiche di maggioranza relativa che hanno governato questo Paese e prodotto il deficit ed il conseguente carico fiscale sfiancante, si dissociano dagli esiti disastrosi delle proprie scelte politiche ed imbracciando dei forconi, da naif, tentano di ricostituirsi una verginità. Ma nei palazzi, stavolta, non ci sono i califfi Abbasidi, non ci sono gli Angioini dei Vespri, non ci sono i viceré spagnoli né i sovrani assoluti Borboni: ci sono i rappresentanti che hanno eletto e continuano ad eleggere. Ed i forconi, per quanto più voluminosi di una foglia di fico, queste vergogne non possono coprirle.

La mia impressione è che si voglia che tutto cambi, sì che tutto possa restare com’è; un gattopardo con quattro ruote e non con quattro zampe. Ruote, o zampe, che non faranno fare un passo verso il progresso alla Sicilia.

In tutto questo c’è da chiedersi dove siano le persone che il rinnovamento lo vogliono perseguire attraverso il rinnovamento delle istituzioni politiche, attraverso l’istruzione e la formazione, attraverso il miglioramento dei servizi, attraverso la libertà d’impresa, attraverso una rete di solidarietà che non sia la famiglia (dato che non tutte le famiglie possono permettersi di essere solidali). Dove sono? Emigrati, in molti. Rassegnati, quasi tutti. Se i forconi sono nel male, non si può certo dire che costoro siano nel bene. Non è la stessa cosa, ma non è il bene.

I giovani uomini e le giovani donne di questa Sicilia maschilista, le forze di opposizione che mai hanno governato questa Regione, tutti quanti – insomma – quest’ordine lo hanno solo subìto e non creato, dove sono? Gli unici che hanno veramente il diritto di ricusare un sistema che non gli appartiene, dove sono?

Ci vorrà la fame VERA per farli uscire allo scoperto?

Michele Pedone

  1. vero che questa protesta e mandata avanti da chi ha contribuito per anni all’attuale situazione economico-socio-politica , vero che non c’è una progettualità reale ,vero che sembrerebbe una nuova ondata di Garibaldini gattopardeschi…forse un tentativo di lasciare la sicilia nella sua ormai centenaria staticità ..però caro Michele, l’Italia e così la Sicilia che pure contano tanti laureati , esperti , tante menti brillanti che risplendono purtroppo spesso più all’estero che a casa è fatta anche di Gente Semplice , chiamali pure poveri o ignoranti o poveri ignoranti , ma non farlo con tono altero..perché sono certa che nel tuo albero genealogico più o meno lontano troverai anche un tuo progenitore bracciante , contadino , povero e ignorante … ed è grazie anche al sudore di quella fronte che oggi puoi scrivere con questo tono lasciami dire un po arrogante!

    Non discuto le tue valutazioni sulla non progettualità della protesta..ma vorrei ricordarti che seppur non tutti abbiano la fortuna di avere una formazione culturale adeguata a teorizzare pianificare e attuare piani di cambiamento e metodiche di proteste efficaci(anzi da come vanno le cose mi sembra che in Italia persone con queste attitudini si contino sulla punta delle dita), tutti e dico tutti abbiano purtroppo la possibilità di valutare la QOL (Quality of Life) , perché se di mese in mese le possibilità di andare a cena fuori , al cinema , comprare una casa , pagare una affitto per una stanza per il figlio studente emigrato ect , si riducono anche il povero ignorante se ne accorge e quando ad un certo punto trova qualcuno che alza la testa (anche se questo condottiero un po come il caro vecchio Garibaldi dietro la maschera da condottiero ha una faccia da mercenario) altro non può fare che seguirlo e sentirsi compreso perché si parla e si protesta per quei problemi che sono anche i suoi.

    Riguardo ai cari cervelli fuggiti..quando dici che il sistema l’hanno subito non creato..beh menti.. nemico che fugge ponti d’oro e le nostre menti di ponti sullo stretto alla mafia , al malcostume insito nella nostra mentalità siciliana , ai politici arrivisti ne hanno fatto costruire di platino e diamanti!

    Un’ultima considerazione quella che mi sta a più a cuore la Sicilia è arretrata economicamente , è deviata politicamente , è ammalata socialmente ma CULTURALMENTE ha prodotto e produce Menti Scientifiche e Anime Artistiche come poche altre regioni al Mondo!!

  2. Gentile Cristina,
    innanzitutto vi ringrazio di aver letto l’articolo, e di aver speso il vostro tempo per commentare.

    Quando parlo dei poveri (poveri ignoranti, ecc.), li confronto non a me – che al momento tra l’altro ho un misero titolo di diploma di scuola media superiore – ma alle persone che, temo, li stiano usando. Vengo da una famiglia di media borghesia a cui nessuno ha mai regalato niente, e – se anche fossi stato re figlio di re – non penso mi sarei potuto permettere di schifare la gente che con dignità campa onestamente le proprie giornate e mantiene le famiglie. Io sicuramente non sono un capolavoro di umiltà, e probabilmente nemmeno una bella persona, ma non intendo offendere nessuno; se uso termini forti è per cercare di mettere l’accento su alcuni problemi, e se questo offende qualcuno colgo l’occasione per porgere le mie più sincere scuse.

    Credo di aver scritto che la gente, ormai quasi tutta, ha consapevolezza della propria miseria. È un punto di partenza (oltre ad essere, umanamente, una tragedia), ma la presa di coscienza non deve fermarsi lì. È qui che entra in gioco il problema vero, a mio avviso: la carenza di una guida onesta, trasparente, progettuale per questa fiumara di persone che chiedono una risposta. Se (questo sì, ADESSO) non ci sono interlocutori in grado di interpretare questa presa di coscienza ed offrire – oltre alla rivolta in sé – una prospettiva strategica, noi (ovvero tutti quanti credono in un progetto di rinascita all’avanguardia sui diritti sociali, sullo sviluppo economico, sulla legalità) abbiamo perso. E i Forconi, nel bene o nel male, avranno vinto.

    Su un punto vi devo correggere, però: non ho mai scritto che il sistema l’hanno subìto i cervelli in fuga. Ho scritto che il sistema l’hanno subìto le opposizioni, quelle donne che non riescono a partecipare alla vita politica perché costrette ai lavori di casa da una cultura maschilista, i giovani che non hanno mai eletto o costituito le classi dirigenti che hanno portato la Sicilia nel baratro.

    I cervelli che fuggono hanno una responsabilità “morale”, certamente. Milioni di uomini, tuttavia, lasciano la propria terra per andare altrove, in tutto il mondo, e portando la loro cultura d’origine in nuove terre le fecondano ed arricchiscono l’integrazione, la pace e la tolleranza nel pianeta. Il problema – quindi – non è la mobilità, ma il saldo negativo di questa mobilità: tanti che vanno fuori e pochi che vengono da fuori. È giusto chiedersi perché i cervelli fuggono, ma è altrettanto grave non porsi il problema del rientro dei cervelli (degli emigrati o di “forestieri”). Viviamo in un mercato unico europeo con cinquecento milioni di abitanti, forse sarebbe il caso di cominciare a lasciarci le spalle un po’ di filosofia dell’ostrica per fare i conti con una globalizzazione in cui – per sopravvivere – non è più sufficiente far leva sul sentimento nazionale (anzi, in questo caso, addirittura regionale). Il sentimento, per carità, ci vuole. Ma non è sufficiente.

  3. Ho letto con molto piacere il tuo articolo, condivido pienamente le analisi (forse qualcosina avrei da ridire sulla questione riguardante la “mancanza di liberalismo” in Sicilia.. Non che non sia vero, ma, probabilmente, non è detto che sia l’unica condizione necessaria e sufficiente per la risoluzione dei problemi). Condivido invece, pienamente, con le conclusioni, le quali dovrebbero essere un invito per tutti, quelli che sono rimasti e quelli che sono “usciti”, a ripensare il loro rapporto con la loro terra, al dl là di anacronistici sentimenti “patriottici”; per rimettere al centro della discussione non tanto la Sicilia come “patria” (quasi che si tornasse ai nazionalismi sorti a cavallo dei due scorsi secoli), ma la Sicilia come “terra” che, in quanto tale, necessita di esser guardata con “amore” e, grazie a tale “amore”, analizzata alla luce di tutte le dinamiche che intervengono a determinare stati di cose reali (in primis, l’Europa, il suo ruolo e il suo funzionamento… E la discussione dovrebbe proprio partire da lì; dalla messa in discussione dell’attuale concetto di Europa per spostare l’attenzione su vicende che, apparentemente “locali”, necessitano di essere invece considerate nei loro rapporti internazionali, al fine di mostrare come lo contraddizioni risiedono “in alto”, ovvero nei rapporti economici sovra-nazionali). È a questo tipo di analisi che l’amore per la propria terra dovrebbe incoraggiare. L’amore, inoltre, invoglia lo studio, perché senza amore per la Sicilia non c’è un reale incentivo a studiare (nel senso analitico del termine) la realtà in cui si trova, ad analizzarla fino a coglierne le più piccole sfumature. Ma per fare questo è necessario fermarsi un attimo a guardarla, la Sicilia; non con i sentimenti impetuosi e irrazionali (che, come tu hai giustamente mostrato, preludono alla presa di potere di movimenti conservatori e reazionari) che sembrerebbero animare queste (anomale) rivolte, né con l’aria di sufficienza di chi è dovuto andarsene e non vuole più avere a che fare con la propria “provinciale, piccola realtà” da cui proviene. Bisogna guardarla con gli occhi di chi vuole comprendere realmente i suoi problemi e, con un atto di coraggio, affrontare le palesi difficoltà e le rinunce a cui si rischia di andare incontro nell’affrontare un’amorosa battaglia per il reale miglioramento della propria terra, non con il sentimento “nostalgico” che guarda al passato, ma con lo sguardo fiero che guarda al futuro.

  4. Certo che per cambiare le cose ci vuole la fame! Siamo italiani, individualisti, in realtà abbiamo tutti dei motivi per protestare delle nostre condizioni MA invece di unirci e protestare tutti insieme, quando qualcuno si alza per farlo lo guardiamo con aria di disappunto e gli diciamo “Ma de’, oh, dove vuoi andà? Ma ti pare ir caso? Oh stai bono, stai a fa’ la voce grossa per tante stupidaggini, era meglio se te ne restavi a casa. A me che me ne importa se stai a lamentarti per una cosa di cui a me non frega niente, io non ci guadagno nulla.”
    Esempio rapidissimo. Quando i corsi universitari l’anno scorso non iniziavano per lo sciopero dei ricercatori, tanti studenti si lamentavano dicendo che i professori stavano solo ledendo il loro diritto allo studio. Il contratto dei ricercatori non prevede l’insegnamento in aula, perciò non volevano andare in classe a fare lezione gratis. I professori di ruolo non si sono preoccupati minimamente – se non in piccola parte – a dare il loro appoggio per questa protesta, perché dicevano che tanto era tutta colpa dei ricercatori, che sono vent’anni che erano andati avanti così, quindi cavoli loro!
    Quando poi le lezioni sono iniziate, e gli studenti erano 480 in un’aula a fare il corso di Disegno, perché i professori erano pochi, gli studenti hanno iniziato a protestare, dicendo che il loro diritto allo studio era leso. E i professori hanno iniziato a lamentarsi di dover sopportare un carico di studenti così ampio. Ora, ma se studenti, ricercatori e professori andavano a protestare fin dall’inizio tutti insieme, non era meglio?

    E così è adesso. La Sicilia sono anni che vessa in stato di crisi, ma ora che qualcuno ha iniziato a protestare, siccome è lo stesso imprenditore che si è tirato la zappa sui piedi per anni, tanto vale che invece torni zitto, invece di protestare per il presso della benzina, che siccome a capo della rivolta ci sono gli stessi che hanno pagato la tangente alla mafia per anni, il popolino non gli deve andare dietro! Mai sia! Dovrebbe protestare per conto suo, non farsi manipolare da costoro, ma istruirsi, prendere coscienza e poi fare la rivoluzione da solo, con il vero forcone!
    E andare sull’Aventino, così da lasciare solo quello che protesta per le ragioni sbagliate e nel momento sbagliato, lavarsene le mani (eeeh, Ponzio Pilato era un inviato italiano! Il Vangelo ci aveva già stereotipato) e così, se fanno qualche casino, non rimetterci.
    E così, lasciare la protesta in mano alle persone sbagliate, così quando alla fine otterranno qualcosa, davvero non sarà cambiato niente, davvero si firmeranno i contratti con il potere perché nulla cambi.
    Così è “Essere italiano: lo stai facendo nel modo giusto.”

    E se invece la vera rivoluzione stesse nell’infiltrarsi all’interno della rivolta con un’altra forza, con una parte politica e sociale che non ci appartiene – perché il successo lo fanno i grandi numeri – e così, partecipando con loro, dall’interno, poter far sentire la propria voce una buona volta? Essere quella donna che protesta insieme ai maschilisti conservatori che adesso stanno alzando la voce, per dire al momento della firma dei nuovi patti – “oh, ho partecipato anche io, eh! Mi spetta la mia parte di libertà adesso, la mia voce in capitolo.”
    Potrebbe non funzionare, ma una cosa è certa. Se rimane a casa, e storce il naso alla partecipazione, è sicuro che per lei, davvero, non cambierà niente. Se partecipa, forse.

    Ho detto la donna per dirne una, puoi sostituirla con tutte quelle altre “categorie sociali” che ti possono venire in mente.

    Invece, perdonami se ho interpretato male: tu credi che sia meglio che rimaniamo in casa, vero? Se non andiamo a protestare adesso, perché ci metteremmo al servizio di idee e persone sbagliate, altrimenti saremmo solo pedine e marionette manipolate da loro!

    Io dico invece di usare la loro stessa tattica: aggreghiamoci a loro, loro sfruttano il nostro numero? E noi sfruttiamo il loro peso politico e la loro rilevanza mediatica. Uniamoci, non per essere sfruttati, ma per sfruttarli. Cambiamo strategia, una buona volta.

    E’ utopico, eh?
    Non è italiano, for sure.

  5. [...] letto alcune considerazioni sul movimento dei “forconi” scritti da vari blogger come questo http://giovaneeuropa.wordpress.com/2012/01/21/considerazioni-inattuali-su-una-rivolta-incredibile/ ho chiesto una testimonianza ad una ragazza [...]

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